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Zoom On Music: "Highway 61 Revisited" di Bob Dylan

Tags: zoom on music, novembre 2011, pasquale

 

Highway 61 Revisited
Bob Dylan



Anno: 30 agosto 1965
Prodotto da: Bob Johnston
Registrato: Studio A Columbia Records, New York
Formazione: Bob Dylan (Chitarra, armonica, pianoforte, voce), Mike Bloomfield (Chitarra), Harvey Brooks alias Harvey Goldstein (Basso), Bobby Gregg (Batteria), Paul Griffin (Organo, pianoforte), Al Kooper (Organo, pianoforte), Sam Lay (Batteria), Charlie McCoy (Chitarra), Frank Owens (Pianoforte), Russ Savakus (Basso)

Lato A

Like a rolling stone
Tombstone blues
It takes a lot to laugh, it takes a train to cry
From a buick 6
Ballad of a thin man

Lato B

Queen Jane approximately
Highway 61 revisited
Just like Tom Thumb’s blues
Desolation row


“Volevo fare un’odissea, tornare a casa da qualche parte. Mi son messo in marcia verso questa casa, lasciata da tempo, di cui, però, non ricordavo l’ubicazione, anche se sapevo di dirigermi lì. Incontrare ciò che ho incontrato per la strada era ciò che mi aspettavo” (Bob Dylan)


Manchester, 17 maggio 1966. Bob Dylan è al Free Trade Hall di Manchester. Da tempo ormai il menestrello Zimmermann aveva abbandonato l’essenzialità e il minimalismo del cantautorato folk di protesta, per abbracciare sonorità elettriche e devastanti. Il disco Bringing it all back home pubblicato nei primi mesi del 1965 apriva una breccia nell’arte della protest song, ma la rivoluzione vera e propria doveva ancora venire. Sta di fatto che il pubblico “tradizionale” non aveva gradito questa svolta elettrica, e quel concerto a Manchester (per anni confuso con la “Royal Albert Hall”, equivoco mantenuto tra virgolette anche sul bootleg ufficiale pubblicato nel 1998) fu destinato a rimanere nella storia. Bob Dylan divideva lo spettacolo in due set: il primo fedele alle sue origini, con lui in solitaria, chitarra e armonica, il secondo, con la Band, elettrico.

Lo spettacolo va a meraviglia. Il pubblico applaude estasiato al primo set, e Dylan è in forma smagliante. L’atmosfera sembra non cambiare nel secondo set, ma al termine di Ballad of a thin man accade qualcosa di sconvolgente. Un uomo dal pubblico gli urla: “Giuda!”. Dylan gli ribatte: “Non ti credo! Sei un bugiardo!”, e girandosi verso la Band intima: “Play it fuckin’ loud”, ossia “Suonatela fottutamente forte!”. E viene fuori Like a rolling stone. E niente è come prima! Paiono le trombe dell’Apocalisse che annunciano l’estrema rivoluzione, quella per la quale niente può più essere come prima, che tutto sarà abbattuto dalla potenza trascinatrice del rock. Un suono secco e maestoso che sembra segnare lo spartiacque dell’intero universo.

Ecco basterebbe quest’episodio per sintetizzare l’importanza di Highway 61 revisited, indiscutibilmente uno dei dischi migliori di Dylan, e pietra miliare della storia del rock. Un episodio che vale molto più di tante parole che potrebbero essere spese per descriverlo. Un attimo, un momento, un’intuizione…

Fino al 1965 Bob Dylan aveva già costellato la sua carriera di diversi capolavori (si pensi a The freewheelin’, The times they are a-changin’ o Another side of Bob Dylan), pregni di un immaginario collettivo che attinge alle fonti della protest song, da Woody Ghutrie ai canti dei disperati in cerca di riscatto, diventando il portavoce di una generazioni di utopie, poeta e menestrello. Le sue canzoni avevano portato speranza, desiderio di riscatto, animato e unito, dalle parole e dalla musica, chiunque avesse covato nel proprio cuore il barlume della speranza di una società migliore, non violenza, dove la Generazione dei Padri non avrebbe mai avuto il diritto di calpestare i sogni dei figli. Il domani nasce dalla non violenza, e le risposte sono portate nel vento, e i cuori devono saperle ascoltare. E accogliere…

Eppure Dylan sente che c’è qualcosa che non va. Che lui alla fine dei conti sta indossando una maschera che, con l’andare del tempo, non gli piace più. Si sente sempre più uno spauracchio che un portavoce. Sente il bisogno di cambiare. Se non addirittura di mollare tutto.

La rivoluzione sarà appunto Bringing it all back home. Il primo album della sua conclamata (e purtroppo odiata) “svolta elettrica”. Un disco che contiene Mr. Tambourine Man, ma anche diverse canzoni con una struttura e un vestito sonoro (decisivo l’apporto della chitarra elettrica, e dell’organo che dava il cosiddetto “suono di mercurio” alle canzoni) del tutto inedito, e che per un purista della protest song, suonava come una bestemmia in chiesa. Ma il punto è che non si trattava solo un nuovo adattamento, ma di un nuovo linguaggio: il rock scopre così di non essere solo un affare per ragazzine urlanti ai concerti dei Beatles, ma un modo nuovo per dar voce a poeti del passato, alla Sacra Scrittura, amplificandola, distorcendola magari, profanandola, ma alla fine facendola rinascere.

Ed è qui che il successivo Highway 61 revisited (come anche l’altrettanto meraviglioso Blonde on blonde dell’anno successivo) ha la sua importanza storica. Non tanto nell’aver cantato del desiderio “kerouaciano” di una vita sulla strada, quanto nell’essere diventato il manifesto di una generazione che aveva voglia di rompere col passato, e parlare una lingua nuova, esporre concetti nuovi, proporre una nuova morale. Ed è qui che Like a rolling stone diventa un vero e proprio pugno in faccia a tutto il “perbenismo interessato” (per dirla alla Guccini), un’invettiva in cui ogni sillaba incalza quella successiva con un ghigno sardonico sempre più spudorato, mentre lo scalpitare di chitarra e pianoforte insegue un epico climax che si innalza sulle ali dell’organo.

Cos’era successo a Dylan? Ancora oggi molti fans della prima ora si pongono questo interrogativo. Possibile che quello smilzo ragazzo che imbracciava chitarra e armonica, si fosse trasformato nel catalizzatore di un frastuono assordante? E poi, ancora ci si chiede, la sua era una nuova messinscena o un nuovo habitus? Di sicuro si propende per la seconda, anche perché, ben si sa (come anche ben descritto dal meraviglioso film I’m not there di Todd Haynes), le personalità di Dylan sono molteplici. Ma nessuna di queste è fasulla. In lui manca, o è ingannata, la maschera pirandelliana, poiché questa è un modo per esprimere tutto il vissuto di un’umanità fragile e intensa.

Ma sarebbe ingiusto confinare l’importanza di Highway 61 revisited alla sola Like a rolling stone, poiché il disco è una scarica anfetaminica di rock-blues senza precendenti, a partire dalla serratissima Tombstone blues, che Dylan stesso dirà essergli stata ispirata dall’ascolto di una conversazione tra poliziotti in un locale di New York, attraversando la lenta andatura di It takes a lot to laugh, it takes a train to cry, con un’armonica fiammeggiante, per poi ritornare all riff adrenalinico di From a buick 6. Chiude il lato A l’intensa Ballad of a thin man, struggente connubio di pianoforte e organo, dal testo vagamente “kafkiano”, dove l’obiettivo è la supponenza del piccolo borghese, chiuso e conservatore, che vive solo per sé stesso, senza nemmeno rendersi conto di quello che gli succede.

Il lato B si apre con la giocosa Queen Jane approximately, procedendo con l’indiavolata title-track, apera da un fischio che tanto sa di sberleffo. Si approda alla fine del disco lambendo le coste assolate messicane con Just Tom Thumb’s blues, e la stupenda Desolation row (tradotta in Via della povertà da Fabrizio De André per il suo album Canzoni del 1974), sorta di inno e preghiera laica degli sbandati di strada, dei reietti della società, di coloro da cui bisognerebbe partire, da Romeo a Cenerentola, da Einstein a Casanova, dal gobbo di Notre-Dame a Caino e Abele…

Nuove maschere, nuovi volti, nuove avvenure sull’Autostrada 61, dove il “tradimento è compiuto”, e dove il “vecchio profeta” è diventato il “nuovo Giuda”, e dove i cani randagi hanno ancora un posto dove vagare…
"Nelle canzoni di Bob Dylan, nel tenore e nel timbro della sua voce è presente un Paese intero, 400 anni di storia, 3000 miglia in questo modo, 2000 miglia in questo modo… Tutto è presente" (Greil Marcus)

Pasquale Pierro


Scritta da: Rudy il 24/11/2011

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