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Zoom On Music: "…If I Die, I Die" dei Virgin Prunes

Tags: zoom on music, virgin prunes, ottobre 2001

 

... If I Die, I Die
Virgin Prunes



Anno: 1982
Prodotto da: Colin Newman, Nick Launey
Registrato: Windmill Lane Studios, Dublino (Luglio-Agosto 1982)
Formazione: Gavin Friday (voce), Derek “Guggi” Rowan (seconda voce), Dave-id "Busaras" Scott (terza voce), Richard “Dik” Evans (chitarra), Trevor “Strongman” Rowan (basso), Mary d’Nellon (batteria e percussioni)

Tracklist

01. Ulakanakulot
02. Decline And Fall
03. Sweethome Under White Clouds
04. Bau-Dachöng
05. Pagan Lovesong
06. Baby Turns Blue
07. Ballad Of The Man
08. Walls Of Jericho
09. Caucasian Walk
10. Theme For Thought

Esistono band condannate in eterno a vagare nel buio delle tenebre, perennemente avvolte dalle fitte brume dell’oscurità. Band di cui la stragrande maggioranza degli ascoltatori ignora l’esistenza, confinate per sempre nelle pieghe di un anonimato dal quale non riusciranno mai ad affrancarsi. Band che non conosceranno mai il significato della parola ‘fama’ e che pertanto non assaporeranno mai la stupefacente ebbrezza di vedersi campeggiare in bella vista sulla copertina di Rolling Stone.

Sono band i cui nomi ricorrono al massimo nelle pieghe più recondite delle biografie altrui, nelle pagine iniziali dei volumi che raccontano le gesta di colleghi più illustri, magari perché di costoro concittadini o magari perché, agli inizi delle rispettive carriere, vi intrapresero assieme una o due tournèe sfigate condividendo i sedili posteriori di qualche caravan scalcinato.

Per i lettori più attenti di dette biografie, per gli espertoni della band famosa di turno, per i topi di biblioteca che ritengono di vitale importanza sapere perfino quante seghe al giorno si facevano i loro eroi in età adolescenziale, quei nomi suonano spesso familiari ma, altrettanto spesso, non suscitano il benchè minimo desiderio di approfondimento, anche se poi il solo fatto di venire menzionati gli vale comunque l’attribuzione di virtù soprannaturali da parte di chi non si chiede neppure che razza di genere proponessero quelle band semisconosciute quando erano ancora in attività, quali idee e quali visioni si celassero dietro sigle così bizzarre e a volte impronunciabili, acronimi così impenetrabili che per la stragrande maggioranza degli appassionati altro non rappresentano che formule ignote, mute, impersonali, destinate a rimanere per sempre nel limbo sospeso tra la chimera di una celebrità che il destino ha voluto toccasse in sorte solo ad altri, e un’anonimia inesorabile che ostruisce ogni velleità di successo a chi viene scavalcato dal corso della Storia, a chi prova ad alzare il dito per dire la propria ma la professoressa fa sempre rispondere il tanto odiato compagno secchione delle prime file.

E così, ogni buon appassionato che conosca quantomeno un minimo di biografia degli U2, avrà senz’altro sentito parlare, almeno una volta nella sua carriera di adepto, dei Virgin Prunes, band che con Bono e soci condivise i primissimi vagiti musicali nella Dublino di fine Anni Settanta e con cui, ancora oggi, sono legati da fraterna amicizia (la qual cosa è da intendersi peraltro in senso letterale per quello che riguarda Richard “Dik” Evans, fratello del David “The Edge” degli U2 e che proprio negli U2 militò per un brevissimo periodo quando ancora si chiamavano Feedback e poi Hype).

I Virgin Prunes, però, intrapresero fin da subito un percorso assai diverso, quasi agli antipodi rispetto ai loro più insigni amici-colleghi, sia dal punto artistico che da quello concettuale e programmatico. Ciò non gli ha comunque precluso l’opportunità di guadagnarsi una certa reputazione in ambito alternative e un nutrito seguito di appassionati presso cui godono, ancora oggi, di notevolissima considerazione, pur viaggiando su parametri numerici lontani anni luce da quelli cui sono sempre stati abituati Bono e compagnia.

Anche perché i Virgin Prunes sono, allo stato attuale, una delle pochissime band di quel periodo sfuggite alla logica revivalistica che tanto sembra ispirare le politiche dell’industria discografica negli ultimi anni.
L’occasione per ripensare a loro non è stata pertanto offerta da una reunion o da una serie di ristampe, ma dalla pubblicazione del nuovo LP solista di Gavin Friday, colui che dei “puri derelitti” fu il leader carismatico incontrastato. Ovviamente, un lavoro che non ha nulla a che vedere con le suggestioni visionarie dei bei tempi andati.

Ma i Virgin Prunes non erano semplicemente una band. Erano una compagnia teatrale, un cabaret anticonformista in cui la musica era solo uno dei tanti aspetti, un’estensione naturale del proprio modo di esprimersi, nel quale la loro attitudine arty confluiva in maniera assolutamente fluida. Quelle che proponevano sul palco erano più performance artistiche che veri e propri concerti. Si travestivano, si truccavano, portavano in scena dei personaggi. Se l’unico modo per sfuggire al moralismo imperante della borghesia perbenista in una società dublinese ancora troppo arretrata e mascolina, era quello di inventarsi una dimensione alternativa in cui rifugiarsi, i Virgin Prunes non solo riuscirono a sfuggire ma si librarono letteralmente nell’aria volando alti sopra le teste dei benpensanti e mettendone alla berlina certe ipocrite incoerenze. Il loro spettacolo era una carnevalata glam, surreale, ironica, inafferrabile, i cui echi sarà possibile rilevare, molti anni dopo, anche nello ZOO TV degli U2. E lo stesso Bono-Macphisto pagherà pesanti crediti all’istrionico e melodrammatico Gavin Friday e al suo debole per gli eccessi… cosmetici.

Tutto ciò non deve comunque ingannare e lasciar credere che l’aspetto musicale fosse da considerarsi secondario rispetto a quello visuale. Anzi, senza la musica non vi sarebbe mai stato quel collante indispensabile a che tutto figurasse come un unicum inscindibile. Un collante che era però di pregevolissima fattura.
Molti infatti non sanno che la band di Gavin, Dik e Guggi vanta una discografia, benché piuttosto breve, dal livello qualitativo mediamente alto, impreziosita, per di più, da (perlomeno) un paio di autentiche gemme di rara bellezza, una delle quali è indubbiamente quel If I Die, I Die dato alle stampe nel 1982, autentico gioiellino dark-wave che rappresenta uno dei punti più alti dell’intera epopea post-punk di inizio Anni Ottanta, un disco pensato più o meno negli stessi giorni in cui The Edge, chiuso nel silenzio tombale della sua cameretta, inventava il leggendario giro di chitarra di Sunday, Bloody Sunday e registrato negli stessi, mitici studi Windmill Lane dove proprio i loro compagni di scorribande adolescenziali U2 erano ormai di casa.

Quello che fa la differenza è però, in questo caso, la “mano invisibile” che tutto muove dalle retrovie, la mente che si cela dietro l’intero progetto e che conferisce allo stesso evidenti omogeneità e linearità, mettendo a fuoco i furori caustici e art-punk della band e incanalandoli in una direzione ben precisa - per quanto sperimental-avanguardistica - cesellandone con cura ogni singolo elemento

E’ sempre difficile stabilire con esattezza la misura in cui un produttore possa arrivare a incidere sulla riuscita e sulle eventuali fortune di un album e, più in generale, nella direzione del sound di una band, si può però convenire - senza timori di smentite - che vi siano due categorie: quelli il cui apporto si rivela tutto sommato esiguo e che si limitano all’ordinaria amministrazione, alla “correzione del compitino”, e quelli la cui impronta è tanto marcata da oscurare addirittura, in certi passaggi, il lavoro stesso della band di turno.
Ebbene, se accade che dietro la consolle vada ad accomodarsi un personaggio del calibro di Colin Newman, state pur certi che siamo senza ombra di dubbio in presenza di un elemento ascrivibile alla seconda categoria.

Già perché, per una volta, il fondatore e mente creativa dei leggendari Wire preferisce “brianenizzarsi” e passare così dall’altra parte del bancone per assumere le leve di comando di un progetto non di sua eclusiva proprietà intellettuale, dall’alto delle sue enormi doti tecniche e compositive. Per farsi un’idea di quanto di Newman ci sia in questo disco basta andare a riascoltarsi quello che sarà, qualche anno più tardi, il primo album dei Wire post-(prima) reunion, The Ideal Copy.

Certo, neanche l’inclinazione dark-glam della band irlandese risulta così semplice da mitigare e così il disco si delinea come un gradevolissimo e accettabilissimo compromesso tra una certa attitudine gothic - con riferimenti a Bauhaus, Siouxie and The Banshees e Cure - sonorità ai limiti della dance e improvvise aperture pop.

Il disco si apre con le lugubri e minacciose atmosfere notturne della iniziale intro Ulankanakulot che sfocia subito in Decline And Fall, quello che sarebbe l’ideale tema portante di un low-budget horror targato Lucio Fulci. Ai lugubri rintocchi del basso di Strongman fa da contraltare, in lontananza, il sinistro echeggiare di un clarinetto. Dopo un paio di versi cantati con sospettosa circospezione, la voce di Friday si erge, agghiacciante, in tutta la sua musicalità, andando a completare il già ricco panorama sonoro disegnato da Newman e dal collettivo dublinese.

Il mood iniziale del disco si confà alla perfezione all’immagine inquietante dei cinque membri della band che, a occhio e croce, tutto sembrano meno che i tipi che uno si augurerebbe di incontrare di notte su una strada isolata (e il solo osservare le foto all’interno del booklet del CD può risultare sufficiente a farsene un’idea).

E le cose non sembrano divenire più rassicuranti con la successiva, Sweethome Under White Clouds, in cui Gavin e Guggi contribuiscono a creare un effetto ancor più disturbato e straniante con le loro terrificanti urla da falchi famelici pronti a fiondarsi sulla preda agonizzante. Il tutto reso ancora più aspro e penetrante dalla spigolosa chitarra di Dik che ripete ossessivamente le stesse due note per tutta la durata del pezzo.

In questa primissima parte di album, la forma canzone appare completamente destrutturata, i pezzi sono caratterizzati da un forte sperimentalismo e rimangono costantemente sospesi in uno stadio intermedio di tensione, perennemente sul punto di esplodere ma fermandosi sempre un attimo prima.

Solo con Bau-Dachöng si torna nei ranghi più familiari di una certa, canonica new-wave post-punk.
E qui l’accostamento coi Joy Division è tutt’altro che fuori luogo.

Ma , come dicevamo, l’impronta di Colin Newmann è a tratti nettissima e ciò si nota in particolar modo su pezzi come Pagan Lovesong, rielaborazione della gothic-wave in chiave moderatamente industrial-dance, un approccio che sarà poi, come detto, il marchio di fabbrica del nuovo corso Wire.
E sulla stessa falsariga prosegue la successiva Baby Turns Blue, con ancora un sontuoso Newman al timone, dove le influenze club-culture si spingono al livello più estremo di quelle che saranno poi certe sonorità tipiche dei New Order (la parte synth di batteria è del resto molto simile proprio a quella di Blue Monday, che verrà pubblicata l’anno successivo).

Con Ballad Of The Man, invece, si passa a influssi più ascrivibili alla tradizione “poppettara”, pure questa perfettamente aderente alla complessa personalità musicale di Newman (ascoltare l’album A Bell Is A Cup Until It Is Struck dei Wire per credere). Irresistibili i cori femminili e, soprattutto, le note di piano che accompagnano il ritornello.

Walls Of Jericho è invece una solenne ed epica galoppata combat-rock che ricorda, per certi versi, alcuni episodi degli U2 di October (With A Shout, in particolare).

Ma il picco dell’album è senz’altro rappresentato da Caucasian Walk, ossessiva taranta folkeggiante slava, sorretta dal ritmo forsennato di una sezione ritmica indiavolata e da un martellante giro di chitarra ripetuto vorticosamente dall’inizio alla fine.

Ed è l’ultimo sprazzo di vita prima che la conclusiva Theme For Thought chiuda il disco esattamente nella stessa maniera in cui si era aperto, ovvero con l’ennesimo sacrificio di sangue al Dio tribale della notte.

Ed è così che termina anche la carriera di uno dei gruppi più originali, nonché sottovalutati, della Storia del rock. I Virgin Prunes non si ripeteranno mai più allo stesso livello e finiranno per sciogliersi definitivamente qualche anno più tardi con la dipartita di Gavin Friday, avviato verso una carriera solista che si rivelerà dalle alterne fortune. In seguito non si sentirà mai più parlare di questa interessantissima band e If I Die I Die resterà l’ ultima grande testimonianza sonora di una carriera forse troppo breve e fugace per essere davvero ricordata, troppo lontana dalla luce dei riflettori per anelare quantomeno ad uno spicchio di celebrità.
Evidentemente anche per chi ha fatto della fuga dalla realtà lo stile portante della propria arte è impossibile fuggire all’ineludibile destino di chi è stato scelto dalla notte per ricordare a tutti che il giorno, prima o poi, arriva sempre a conclusione.

Valerio (Sorcio)


Scritta da: Rudy il 18/10/2011

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