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Zoom On Music: "Darkness On The Edge Of Town" di Bruce Springsteen

Tags: zoom on music, recensione, bruce springsteen, darkness on the edge of town, giugno 2011

Darkness On The Edge Of Town
Bruce Springsteen



Anno: 2 giugno 1978
Prodotto da: Bruce Springsteen/Jon Landau/Stevie Van Zandt
Registrato: Record Plant, New York City
Musicisti (the E-Street Band):
Bruce Springsteen: voce/chitarra/armonica
Steven Van Zandt: chitarra
Roy Bittan: piano
Danny Federici: organo
Garry Tallent: basso
Max Weimberg: batteria
Clarence Clemons: sassofono

Lato A
"Badlands" – 4:01
"Adam Raised a Cain" – 4:32
"Something in the Night" – 5:11
"Candy's Room" – 2:51
"Racing in the Street" – 6:53

Lato B
"The Promised Land" – 4:33
"Factory" – 2:17
"Streets of Fire" – 4:09
"Prove it All Night" – 3:56
"Darkness on the Edge of Town" – 4:30

Johnny lavora in fabbrica e Billy lavora in centro…Terry lavora in una rock’n’roll band in cerca di un sound da un milione di dollari.
Luglio 1976: mentre in Europa infuria il punk, negli Stati Uniti il 26enne Bruce Springsteen, appena diventato una rockstar grazie al terzo album “Born to Run” (1975), entra in uno dei periodi più difficili della sua breve carriera. Il suo manager Mike Appel, colui che per primo aveva creduto in lui e nel 1972 gli aveva procurato un fondamentale provino con il leggendario talent-scout della Columbia Records John Hammond (scopritore, fra gli altri, di Aretha Franklin e Bob Dylan), gli fa causa per i soliti ovvi e sporchi motivi: soldi, "controllo" e gelosia. Bruce, infatti, ultimamente ha stretto un rapporto solidissimo con il produttore e giornalista musicale Jon Landau (autore nel 1974 della celebre recensione che si concludeva con la preveggente frase: "Ho visto il futuro del rock e il suo nome è Bruce Springsteen"), tanto da nominarlo suo co-manager. Appel non ci sta e appunto trascina Bruce in tribunale. La causa, lunga un anno intero durante il quale il Boss non può mettere piede in studio di registrazione, nuoce gravemente alle finanze del musicista che nonostante la fresca fama è ancora in difficoltà economiche causate dalle sue umili origini. Bruce in quei 12 mesi scrive decine di nuovi pezzi e tiene una serie di concerti incendiari grazie a cui la E-Street Band, sua tostissima band di accompagnamento sin dalla fine degli anni ’60, affila sempre più le armi e si trasforma, definitivamente, nel migliore live-act che abbia mai calcato le assi di un palcoscenico.
Ma soprattutto la vicenda legale devasta Bruce dal punto di vista emotivo. Per il cantautore del New Jersey la musica è tutto, e il fatto che un collaboratore di sua massima fiducia, quasi un fratello, lo trascini dinnanzi a un giudice e voglia controllare la sua arte e la sua creatività è semplicemente inaccettabile. E’ una pugnalata alle spalle, un tradimento imperdonabile.
Ho seguito il mio sogno proprio come fanno quei ragazzi sullo schermo…quando la promessa è stata spezzata, dei miei sogni ho incassato solo le briciole. Per tutta la vita ho combattuto quella battaglia che non si può mai vincere…ogni giorno diventa più difficile realizzare quel sogno in cui credo. Vivevo con un segreto che avrei dovuto tenere per me, ma una sera mi sono ubriacato e l’ho raccontato.
La causa finisce a metà del 1977. Bruce ne esce completamente libero e padrone del suo futuro artistico/discografico, con molti soldi in meno, ma soprattutto cambiato. Ormai è un uomo, e nonostante il (labile?) successo ha provato sulla sua pelle la frustrazione, il fallimento, la rabbia, la depressione…insomma, ha vinto la sua battaglia legale ma ha perso l’innocenza.
Le canzoni che Springsteen ha scritto durante l’anno sabbatico sono completamente diverse da quelle dei suoi primi 3 album. La dove c’erano esuberanza, fantasia, incoscienza, creatività libera e gioiosa, adesso ci sono rabbia, disillusione, cinismo. “Born to Run”, il suo primo capolavoro, raccontava la saga di 2 ragazzi “nati per scappare” dalla piccola e deprimente città in cui erano nati, in cerca di una onirica e paradisiaca felicità "altrove". Adesso, i protagonisti delle (nuove) canzoni di Bruce hanno capito che scappare è impossibile/inutile e che è invece necessario provare a vivere - o sopravvivere? - giorno dopo giorno in un mondo duro e ostile, sconfiggendo le piccole e grandi avversità quotidiane a testa alta e con la schiena dritta. Le canzoni di Bruce, da questo (nascituro) quarto disco in poi, non saranno più psichedeliche, surreali e rutilanti tragicommedie post-moderne ispirate all’opera di Dylan e Van Morrison come nei primi 3 album: saranno, semplicemente, chirurgiche e glaciali istantanee di vita vissuta, epigrammi di eroismo quotidiano. Saranno vita vera, non più sognata ma sudata, spolpata, presa a calci.
E il suono si comporta di conseguenza. Dopo le prove generali dei primi 2 album, “Born to Run” aveva apparentemente consolidato l’orizzonte sonoro di Bruce: in quelle 8 canzoni, in quei 40 minuti c’era un esilarante e ridondante sunto di 30 anni di musica popolare angloamericana - dal rock fifties al r’n’b e al folk, dal jazz ai Beach Boys e ai Beatles - vestito di un wall of sound orchestrale denso e barocco, a tratti classicheggiante, volutamente “cinematografico”. Nella testa di Bruce, il successore di “Born to Run” dovrà invece suonare esattamente all’opposto: secco, tagliente, glaciale, scarno. Per gli arrangiamenti, il musicista in parte si ispira all’ormai onnipresente punk-rock e alla scena musicale avant-garde di New York: Lou Reed, Patti Smith, Television, Talking Heads, Ramones…
Durante l’hannus horribilis, Bruce aveva scritto decine se non centinaia di canzoni. Entra in studio nel giugno 1977 e ne esce quasi un anno dopo. In quei lunghi mesi in studio incide quasi 100 canzoni - pratica che per i dischi successivi diverrà abituale e contribuirà non poco ad alimentare lo status leggendario del Boss, anche grazie alla sotterranea magia dei bootleg - portando allo stremo i suoi musicisti e collaboratori (fra cui il fonico Jimmy Iovine, in futuro produttore anche degli U2 di “Under a Blood Red Sky” e “Rattle and Hum” e oggi presidente della Interscope Records, sotto il cui marchio i 4 di Dublino pubblicano i propri lavori sul mercato nordamericano). Fra quelle quasi-100 canzoni l’artista ne sceglie, con cura maniacale, 10 che rispondono perfettamente alla sua nuova visione lirica e musicale: nel suo nuovo disco non ci sarà il minimo spazio per il pop, i toni solari, la felicità e le canzoni d’amore. L’album dovrà essere un pugno in faccia, un sonoro “vaffanculo” a chi aveva cercato di rovinargli vita e carriera e a un’industria musicale che lo dava per finito: negli anni ’70 la regola era pubblicare un disco all’anno e 3 anni di silenzio discografico, in parte forzato, equivalevano quasi ad un suicidio commerciale.
Ecco quindi che i pezzi più “pop” e orecchiabili vengono scartati: Bruce regala la sinuosa “Because the Night” all’amica Patti Smith, la festaiola “Talk to Me” e la toccante “Hearts of Stone” al conterraneo Southside Johnny, la power-pop "Rendevous" allo scozzese Greg Khin, la divertente "This Little Girl" a Gary US Bonds e la funkeggiante “Fire”, in origine pensata per l’appena scomparso Elvis (da sempre idolo del Boss), alle Pointer Sisters. Tutti i pezzi diverranno piccoli o grandi hit, soprattutto il primo, assurto a vero e proprio inno-rock senza tempo.
Quando nel giugno 1978 “Darkness on the Edge of Town“ finalmente viene pubblicato, fans e addetti ai lavori sono a dir poco basiti: il ragazzo scanzonato, euforico ed entusiasta di “Born to Run” non esiste più. Al suo posto, sin dalla foto di copertina, un uomo dimesso ma dallo sguardo fiero e provocatorio; un uomo che urla, in modo a tratti sgraziato e stonato, tutta la sua rabbia in 10 canzoni per un epico calcio-in-culo lungo 43 minuti.
La E-Street Band suona compatta, affilata e precisa come non mai. Il potente sax di Big Man Clarence Clemons appare solo in 3 pezzi, e quando entra in scena sono interventi memorabili, brevi assoli diventati esemplari. Il suono della band, in precedenza dominato dal sax (appunto) e dalle tastiere, adesso vede protagoniste le chitarre sferzanti di Bruce e Little Steven Van Zandt - co-produttore del disco insieme a Springsteen e Landau - e la marziale batteria di Max Weimberg, con i pregevoli intarsi del piano di Professor Roy Bittan (sempre fondamentale negli arrangiamenti del Boss) e lo straziante organo del compianto Danny Federici a colorare discretamente lo spettro sonoro.
Il disco, a partire dal titolo, è epocale e definitivo. Il buio ai margini della città è trasposizione e simbolo di quei luoghi oscuri dell’anima e dell’esistenza in cui tutti noi, prima o poi, passiamo o siamo trascinati. L’opera doveva intitolarsi “The Promise” ma all’ultimo minuto Bruce cambia idea e toglie dalla track-list la splendida ed amara ballata dallo stesso titolo, sottile metafora in filigrana, forse un po’ troppo sincera e polemica, della causa appena vinta contro Mike Appel: non a caso, nel suo testo viene citata più volte la celebre “Thunder Road” che apriva in cinemascope “Born to Run”. I protagonisti di questa canzone rimasta ufficialmente inedita per vent’anni abbondanti – una sua dimessa versione piano/voce fu finalmente pubblicata, anzi quasi “nascosta”, in un’antologia del 1999, ma il brano era stata suonato live fra il 1976 e il 1978 e da allora era “venerato” dai cultori dei bootleg del Boss - si chiamano Johnny, Billy e Terry, ma forse i loro veri nomi sono Bruce, Jon (Landau) e Mike (Appel)?
Il pezzo di apertura “Badlands” (parola traducibile con bassifondi oppure terre ingrate) è memorabile manifesto programmatico: uno squillante riff di piano-e-organo, ispirato alla classica “Don’t Let Me Be Misunderstood” resa celebre dagli Animals, accende 4 minuti incendiari e quasi punk, con il Boss che ringhia “sono prigioniero di un fuoco incrociato…parli di un sogno e cerchi di realizzarlo, ti svegli di notte con una paura così reale: trascorrere la tua vita ad attendere un momento che non arriverà mai”. Il titolo del pezzo è lo stesso di uno sconvolgente film del 1973 di Terrence Malick (fresco vincitore del Festival di Cannes 2011 con “The Tree of Life”) che racconta la vera storia della famigerata coppia di "assassini senza motivo" Charles Starkweather/Caryl Fugate poi narrata anche da Bruce in “Nebraska” del 1982 e fonte di ispirazione per "Natural Born Killers" (1994) di Oliver Stone, a conferma di una fascinazione reciproca tra il musicista e il cinema che nei decenni ha prodotto moltissime istanze: dal Robert DeNiro che in “Taxi Driver” (1976) di Martin Scorsese si era ispirato, per una delle scene più famose (“…stai parlando con me?”), a un monologo di Springsteen onstage, sino allo stesso Boss che nel 1994 vincerà l’Oscar per la miglior canzone con “Streets of Philadelphia” e nel 2000 reciterà sé stesso in “Alta Fedeltà”, tratto dall’omonimo romanzo-culto di Nick Hornby. Lo scrittore scozzese è fan terminale del musicista americano e sostiene la - condivisibile - tesi che “Thunder Road”, guardacaso titolo di un film degli anni ’50 con protagonista Robert Mitchum, è semplicemente la miglior canzone di tutti i tempi.
In “Darkness” ci sono lunghe ballate pianistiche, cupe e funeree, come “Something in the Night” e “Racing in the Street” in cui Bruce racconta storie di dolore e disperazione (“Sei nato con nulla ed è meglio così: appena hai qualcosa, mandano qualcuno a portartelo via…niente è dimenticato o perdonato quando è la tua ultima occasione”; “Alcune persone rinunciano a vivere ed iniziano a morire poco a poco, pezzo a pezzo. Ci sono rughe attorno gli occhi della mia ragazza, e di notte lei piange sino ad addormentarsi. Fissa il vuoto con gli occhi di chi odia il fatto stesso di essere nato”). Ci sono trascinanti pezzi rock come “Prove it All Night” e la punkeggiante (ma con pianoforte!) “Candy’s Room”, in cui a dispetto dell’esuberanza della musica i protagonisti lottano con le unghie e con i denti per difendere quel poco che hanno: in entrambi i casi si tratta di amori white-trash tormentati e alienanti. Ci sono urticanti mid-tempo come la quasi hard-rock “Adam Raised a Cain”, la blueseggiante “Streets of Fire” e la solenne title-track, nelle quali protagonista è il Bruce-chitarrista che si produce in assoli furiosi e riff dissonanti.
E poi ci sono gli inni, i pezzi che ancora oggi sono la colonna portante dei concerti di Springsteen e della E-Street Band: l’epica “The Promised Land” e la già citata “Badlands”, 2 canzoni in cui, secondo uno schema che nei dischi successivi diverrà abituale, alla disperazione e alla rabbia blues delle strofe si contrappone il filo di speranza e di ottimismo gospel dei ritornelli, a indicare “una luce in fondo al tunnel” anzi uno spiraglio di luce nel buio attorno alla città. In quest’ottica, vera e propria summa del Bruce-pensiero è appunto “The Promised Land”, il cui protagonista ci racconta: “Ho sempre cercato di fare del mio meglio per vivere in modo giusto, mi alzo tutte le mattine e vado a lavorare tutti i giorni. Ma gli occhi si accecano e il sangue scorre freddo, a volte mi sento così male che voglio esplodere e devastare questa intera città, prendere un coltello e tagliarmi questo dolore dal cuore”, salvo poi urlare nel ritornello: “…se potessi stringerei questo momento nelle mani: sono un uomo, non un ragazzino e credo nella Terra Promessa” e, nella strofa successiva, di volere “spazzare via i sogni che ti devastano e ti spezzano il cuore, spazzare via le bugie che ti lasciano perduto e con il cuore spezzato.
In “Darkness” c’è anche quella raggelante gemma country di “Factory”, sommesso ritratto dell’oggi defunto padre di Bruce, umile operaio che a causa del lavoro in fabbrica era diventato quasi sordo e con cui l'artista ebbe sempre un rapporto tormentato e conflittuale, vividamente descritto anche nella summenzionata e biblica “Adam Raised a cain” (“Adamo allevò un Caino…”). Nei 2 minuti di “Factory” è racchiusa tutta la poetica iper-realista del Bruce di “Darkness”:

Al mattino presto fischia la sirena della fabbrica
l’uomo si alza dal letto e indossa i suoi vestiti
prende la sua colazione ed esce alla luce del mattino
è il lavoro, il lavoro, nient’altro che una vita di lavoro.
Attraverso luoghi di paura, attraverso luoghi di dolore
vedo mio padre superare i cancelli della fabbrica mentre piove
la fabbrica si prende il suo udito, la fabbrica gli dà la vita
il lavoro, il lavoro, nient’altro che una vita di lavoro
La giornata è finita, grida la sirena della fabbrica
gli uomini varcano di nuovo i cancelli con la morte negli occhi
e tu, ragazzo, farai meglio a credere
che qualcuno starà male questa notte.

In “Darkness”, infine, troviamo la formazione “classica”della E-Street Band (Springsteen – VanZandt – Clemons – Tallent – Weimberg – Bittan - Federici) per la prima volta impegnata tutta insieme in uno studio di registrazione. Nel disco è cristallizzato il sound paradigmatico e inconfondibile della band, in arrangiamenti sobri ed impeccabili che hanno ispirato decine di altri artisti: in primis i Dire Straits che per il loro capolavoro/blockbusterMaking Movies” del 1980 (prodotto dal fonico di “Darkness” Jimmy Jovine) utilizzeranno a piene mani l’abilità tastieristica dell’E-Streeter Roy Bittan.
Cosa non c’è (anzi, non c’era) in “Darkness”? Non ci sono le altre decine di canzoni che Bruce aveva composto e inciso per l’opera, rimaste per decenni vero e proprio “sogno proibito” di legioni di fans. Fra queste, un paio sono finite nel disco successivo (“The River”, 1980), una manciata sono state incluse in un corposo cofanetto di inediti/rarità pubblicato nel 1998 (“Tracks”), e altre 6 hanno fatto la fortuna, come abbiamo visto, di altri artisti. Infine - miracolo! - un'altra ventina di canzoni, per ulteriori 90 minuti di musica, è stata pubblicata nel 2010 come (imperdibile) album doppio intitolato proprio “The Promise” e contenente anche la sontuosa e definitiva versione full-band dell’omonima ballata. Avanzano altre decine di brani che forse prima o poi vedranno ufficialmente la luce. Oggi, comunque,“Darkness on the Edge of Town” è un’imponente opera composta da quasi 50 memorabili canzoni che per qualità potrebbero costituire il repertorio ideale di qualsiasi artista rock di alto livello e che invece Bruce, per decenni, ha in larga parte nascosto.
Il disco, dopo un iniziale scetticismo, diventerà presto uno dei più amati dai fan di Bruce e dalla critica e pur non producendo veri hit-singles arriverà a vendere, nel corso degli anni, vari milioni di copie. E' album che ha permesso a Bruce di scoprire la sua vera poetica, la sua voce più autentica e sincera, e la cifra stilistica che oggi lo rende uno scrittore americano fondamentale al pari dei più grandi intellettuali, autori, romanzieri e registi statunitensi. E’ il lavoro in cui Bruce e il suo rock, o forse il rock tutto, sono diventati adulti.
A proposito di "Darkness" l’autore ha recentemente dichiarato: “Più che ricco, più che famoso, più che felice, volevo essere grande”. 33 anni dopo si può dire che Bruce non solo ha mantenuto felicemente la sua promessa, ma ha superato ogni aspettativa sino a diventare “il cantautore rock” per eccellenza.
Dentro di me trascinavo gli spiriti spezzati di tutti gli altri che avevano perso…Quando la promessa è spezzata, continui a vivere, ma ti viene rubato qualcosa dal profondo dell’anima. Quando viene detta la verità e non fa alcuna differenza, qualcosa nel tuo cuore si raffredda…io e Billy dicevamo sempre che saremmo arrivati a prendere tutto, per poi gettarlo via.

gabriele lanfranco





Scritta da: Staff il 06/06/2011

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