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Zoom on Music: "Before and After Science" - Brian Eno

Tags: zoom on music, brian eno, sorcio, aprile 2011, recensione, disco del mese

Before And After Science - Brian Eno



Anno: 1977
Prodotto da: Brian Eno, Rhett Davies
Registrato: Basing St Studios, London Conny's Studio, Cologne
Musicisti:
Brian Eno - Voce, Chitarra, Tastiere, Percussioni, Basso
Paul Rudolph - Basso, Chitarra
Brian Turrington - Basso
Percy Jones - Fretless
Phil Collins - Batteria
Phil Manzanera - Chitarra
Fred Frith - Chitarra
Robert Fripp - Chitarra
Hans Joachim Roedelius - Piano
Dieter Moebius - Piano
Rhett Davies – Percussioni

Lato A
1. No One Receiving (3:52)
2. Backwater (3:43)
3. Kurt's Rejoinder (2:55)
4. Energy Fools the Magician (2:04)
5. King's Lead Hat (3:56)

Lato B
1. Here He Comes (5:38)
2. Julie With... (6:19)
3. By This River (3:03)
4. Through Hollow Lands (3:56)
5. Spider and I (4:10)

Anno di grazia 1977. Mentre per le strade dell’Inghilterra impazza la rivoluzione del punk, un giovane ed estroso professore di musica se ne sta tranquillamente chiuso al calduccio del suo salotto adibito a studio a sorseggiare una tazza di buon tè Assam, comodamente adagiato sulla sua confortevole poltrona di pelle nera e silenziosamente assorto nei suoi pensieri tutti volti alla realizzazione di quella che diventerà una delle più importanti opere della Storia del rock, un disco che lascerà un segno indelebile su molta della produzione musicale di lì a venire.
E assorto nei suoi pensieri è anche la posa in cui lo si vede ritratto nella foto stilizzata che di quel disco diventerà poi la copertina.

Before And After Science è a suo modo una perla. Un’ opera scaturita dal Genio brillante e infinito di uno dei personaggi chiave della musica moderna, uno sperimentatore dall’ assoluta raffinatezza, intelligenza, cultura, ecletticità. Un inventore di suoni capace di creare dal nulla nuovi timbri, inedite vibrazioni, sconosciuti fonemi.
Un musicista dalle qualità sopraffine capace di muoversi con straordinaria disinvoltura attraverso i diversi generi, riscrivendone di volta in volta i codici e rielaborandoli alla luce della sua ingegnosità.
Un portento che ha sempre eccelso nella pratica di giocare col pop, esercizio che pochi hanno le qualità per intraprendere con successo, e che ha visto nascere dietro di sé una foltissima schiera di proseliti pronti a trarre ispirazione dai suoi spunti e dalle sue visioni.
Ma nonostante tutto, l’essenza più profonda della musica di Eno sta nel suo perenne fluttuare in bilico tra due dimensioni, nel suo oscillare a cavallo del limite esistente tra la freddezza dei suoni sintetici, la razionalità e la linearità del metodo, da una parte, e l’ infinita umanità che sottende alla sua musica, quell’anima soul che vive e respira sotto la coltre di suoni ricercati e di sperimentazioni sonore che caratterizza l’intera sua produzione.

Il nome di Brian Eno è comunemente associato all’invenzione della cosiddetta “discreet music”- o “music for airports”, o “ambient”, che dir si voglia - grazie alla quale si guadagnò a suo tempo l’appellativo di non-musicista. In ambito prettamente rock è ricordato principalmente per il suo lavoro in cabina di produzione al soldo di band che furono letteralmente miracolate dal suo tocco come Talking Heads, U2, Coldplay, senza dimenticare i suoi trascorsi nelle vesti di tastierista e ingegnere del suono nei Roxy Music, la band che anticipò di dieci anni fenomeni quali Duran Duran, Spandau Ballet e tutto il movimento dei “new romantics”.

Quello che però a volte sfugge è che Brian Eno è sempre stato prima di tutto un musicista dalle qualità sopraffine, un compositore dall’enorme talento compositivo, dote della quale rimangono ampie testimonianze in dischi come Another Green World e, appunto, il successivo e ancor più ispirato Before And After Science. Un luminoso esempio di come perfezione stilistica e componente emozionale possano convivere senza oscurarsi a vicenda.

Before And After Science fin dal titolo richiama l’idea della ripartizione. Potremmo considerarla come l’allegoria di un viaggio che ha inizio nella metropoli caotica e affollata, per poi filare via alla scoperta di luoghi solitari e desolati dove meditare e riscoprire sé stessi. E’ un disco concettualmente diviso in due parti: movimentata, chiassosa, frenetica la prima; meditativa, elegiaca, quasi zen la seconda.
Una manciata di pezzi maggiormente orecchiabili ma anche intelligentemente acuti, briosi e al limite del faceto concentrati prevalentemente sulla facciata A e una serie di componimenti perlopiù mesti, quieti, malinconici, vagamente ambient e solo apparentemente minimali, condensati sulla facciata B.

Brian Eno una volta descrisse la sua musica ambient come adatta ad essere ascoltata in quelli che lui amava definire non luoghi: sale d’attesa di stazioni ferroviarie, terminal di aeroporti, ristoranti McDonald’s. I non luoghi sono spazi privi di identità, anonimi, uguali in qualsiasi parte del mondo, che non dicono nulla del posto in cui ci si trova. Ecco, Before And After Science sembra al contrario voler porre all’attenzione luoghi spiccatamente caratterizzati, particolareggiati, lontani da ogni parvenza di omologazione e di quella che vent’anni dopo prenderà il nome di globalizzazione. Ogni traccia sembra voler dipingere su tela un paesaggio, un panorama, una situazione unica e irripetibile.

Before And After Science è un disco che ascoltato a occhi chiusi spalanca le porte della percezione agli altri sensi. E’ possibile così distinguere l’odore del muschio umido come pure le zaffate dei gas di scarico delle automobili bloccate a un incrocio. Ascoltare il rumore delle foglie al vento come pure il frastuono della metropoli impazzita. Assaporare il gusto amaro del crack come pure il dolce sapore di un frutto selvatico. Toccare con le mani il cemento liscio e l’asfalto rovente come pure immergere le dita nel acqua gelida di un torrente di montagna.

Con Before And After Science si raggiungono vette emozionali altissime. Un disco di una dolcezza infinita che presenta al proprio interno un’impressionante varietà di stili.
Un album che nonostante figuri nella galleria delle gemme miliari del rock e nonostante presenti al proprio interno diversi momenti altamente radiofonici è sempre rimasto un po’ di nicchia, al riparo dall’inflazione.Un pezzo pregiato per la cui realizzazione il professore di Woodbridge si avvalse del prezioso apporto di grandissimi musicisti del calibro di Phil Manzanera, Phil Collins, Robert Fripp e Hans Joachim Roedelius, tra gli altri.

L’apertura è affidata a No One Receiving, brano dagli evidenti connotati ethno-funk con aggiunta di robuste venature elettroniche che anticipa di qualche anno ciò che poi caratterizzerà gran parte della produzione targata Talking Heads e le collaborazioni Eno/Byrne successive.
Il ritmo sincopato della batteria di Phil Collins fa da apripista. Il suono è otturato, echeggiante, carico di riverberi, con utilizzo massiccio di synth e tastiere. Sembra quasi di essere reduci dalla più colossale sbornia della nostra vita e soffrire ancora i postumi del relativo mal di testa.

“Nessuno ci sorpasserà nella quiete profonda del cielo oscuro, nessuno potrà vederci qui da soli in mezzo alle stelle”. I testi sono spesso privi di senso, le parole sono selezionate con cura privilegiandone la musicalità prima ancora che il significato letterale e hanno la funzione principale di amalgamarsi coi suoni prima ancora che esprimere concetti compiutamente sensati.

Le tinteggiature marcatamente sperimentali dell’incipit lasciano però subito spazio a sonorità più tradizionali. Con Backwater infatti si cambia immediatamente registro, le idee avanguardistiche vengono messe momentaneamente da parte e lasciano il passo a un brano più leggero e orecchiabile ma anche squisitamente raffinato, semplice e allo stesso tempo ricercato, giocoso, altamente chic.
Sorretto da un pianoforte che ripete ossessivamente le stesse note e da un costante lavorio ai piatti di Phil Collins che tiene alta la tensione dall’inizio alla fine, Backwater è caratterizzato da una deliziosa e intrigante melodia sapientemente calibrata, che rimane in testa fin dal primo ascolto.

Kurt's Rejoinder è una cavalcata tribale che si sviluppa in maniera vorticosa attorno a un ritmo afro vagamente jungle e a un testo che sembra uno scioglilingua.

Energy Fools the Magician è invece un passaggio strumentale che sembra voler fornire un piccolo assaggio di quello che sarà poi il tenore della seconda parte del disco. Un intermezzo che fa riprendere fiato all’ascoltatore dopo il frenetico trittico iniziale.

Col quinto brano, King's Lead Hat (anagramma di “Talking Heads”), si torna a rasentare territori prevalentemente pop. Anche qui siamo in presenza di un pezzo immediato, dalla melodia e dal ritornello accattivanti. Irresistibile l’effetto “handsclap” che accompagna la batteria. Le sonorità in questo caso sono maggiormente post-punk/new wave e saranno poi riprese ed elaborate successivamente da miriadi di band inglesi e non. Gli Ultravox ne realizzeranno una splendida cover qualche anno più tardi.

Here He Comes è il ponte ideale tra la prima e la seconda parte dell’album. Il suo dolce incedere, così rilassato, fresco, estivo sembra quasi il sottofondo più adatto a un ideale cambio di scenario. Forse volutamente convenzionale, banale quel che basta per concedere all’ascoltatore il tempo di prepararsi mentalmente al prosieguo del cammino.

E così dal caos confusionale si passa alla tranquillità ascetica. Dalla centrifuga di suoni convulsi e di ritmi incalzanti si passa alla calma contemplativa, alla meditazione, al silenzio.

Ed è proprio dal silenzio che nasce Julie With... , quella che può essere definita la sintesi stessa del sound eniano. Un brano dalle fattezze quasi ambient, intenso, soffuso, struggente, in cui la voce calda di Eno risuona soavemente come in una sterminata vallata deserta.

A questo punto ci si aspetterebbe qualcosa di disimpegnato, di meno penetrante e commovente e invece ecco arrivare, come una carezza nel mezzo di un pianto, quello che è il momento più alto ed emozionante dell’intero album, la meravigliosa By This River. Due soli gli elementi che la compongono: un pianoforte, i cui tocchi delicati sono come foglie secche d’autunno che cadono dagli alberi, e la calda voce di Eno, così tenue, penetrante, onirica, delicata come il soffio che fa volare quelle foglie. Un grande componimento che verrà ripescato molti anni dopo da Nanni Moretti per il suo “La Stanza del Figlio”, Palma d’oro a Cannes nel 2001. Anche Martin L.Gore dei Depeche Mode gli tributerà uno splendido omaggio con la rivisitazione incisa nel suo disco solista del 2003, Counterfeit2.

Through Hollow Lands è un altro passaggio strumentale che fa da apripista alla splendida e conclusiva Spider and I, un'aria imponente, salvifica, estatica, solenne. Quasi uno spiritual. “Sognamo una nave che ci porti lontano, un migliaio di miglia lontano”. Una nave che, proprio come questo magnifico album, ci traghetti da prima a dopo la scienza. Ma nel passaggio da prima a dopo, non dimenticate di ascoltare, almeno una volta nella vita, queste splendide dieci tracce che stanno in mezzo e che, anche se solo per un attimo, vi sembreranno fermare il tempo.

sorcio (valerio)


Scritta da: Rudy il 14/04/2011

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