Il nuovo libro di Arcana - esclusiva U2place
Il 26 novembre uscirà l'ultimo libro dedicato agli U2, edito da ARCANA (che gentilmente ci mette a disposizione in esclusiva anteprima) ,a cura di Andrea Morandi con prefazione di Davide Sapienza.
Dopo anni di silenzio sul tema U2, lo scrittore Davide Spazienza, già fondatore di Fire, torna a scrivere in pubblico sulla badn irlandese, e dopo averci regalato una chicca collaborando con noi per il recupero di tutti i numeri della storica rivista/fanzine che trovate nel nostro special FIRE@U2place, ci regala uno stralcio della bellissima prefazione che ha scritto per quest'ultimo imperdibile libro con tutti i testi commentati di Andrea Morandi.
Grazie a Davide e Angelo di Arcana potete leggere qua sotto l'anteprima eslcusiva, e vincere una copia del libro semplicemente partecipando al nostro contest "THE VERY BEST OF U2...PLACE.COM " clicca qui per maggiori info
Andrea Morandi
U2.The name of love Testi commentati
pp. 600 22,00 euro
Collana testi TXT a cura di Stefano Scalich Edizione speciale cartonata con sovraccoperta
Gli U2 come non li avete mai letti: in un prezioso volume cartonato di più di 500 pagine, corredato da una prestigiosa prefazione del loro primo estimatore Davide Sapienza, che torna a parlare del quartetto irlandese dopo quasi 20 anni. Ecco a voi una sceneggiatura per parole e immagini attraverso i luoghi e i grandi temi di un gruppo che è ormai Storia: dalla periferia dell’impero Britannico a New York, dalla fede all’amore, passando per Miami e Belfast fino alla fine del mondo. Andrea Morandi organizza le sue fitte ma scorrevoli pagine conducendo una raffinata analisi , che si può leggere anche come un film: capace di mostrare “dal di dentro” queste stories for boys partite da Dublino e arrivate alla conquista del mondo. Il risultato è un’esplorazione inedita e approfondita delle loro lyrics con tutto quello che si può trovare (e che magari non tutti conoscono) nel backstage di quasi 150 canzoni: per esempio la politica e la Bibbia, l’amore e la filosofia, ma anche il cinema e le arti figurative, senza per altro dimenticare i riferimenti a personaggi celebri come Elvis Presley, MartinLuther King, Lech Walesa, Nelson Mandela e Baraci Obama. L’autore passa al setaccio tutti gli album degli U2 scoprendovi dentro Joyce, Yeats, il mito dell’America e le radici dell’Irlanda, le Trabant, Il Getsmeni, Raymond Carter e Charles Bukowski. Dai primi testi scritti da Bono in Boy alle riflessionisurreali Andrea Morandi Critico musicale e giornalista professionista, scrive di musica su Rockstar e la Repubblica e di cinema su Ciak.
ANTEPRIMA ESCLUSIVA U2PLACE.COM
LÀ FUORI A CERCARE ESPERIENZA
Nel 2009 gli U2 hanno festeggiato un importante anniversario: il primo quarto di secolo dell’album THE UNFORGETTABLE FIRE, l’opera più avventurosa nella lunga carriera del quartetto.
Venticinque anni festeggiati soprattutto con una nuova elettrizzante raccolta di canzoni, la terza del Ventunesimo secolo, intitolata NO LINE ON THE HORIZON. Perché partire proprio da quel disco, il quarto album di studio che apriva una fase artistica e operativa inedita (all’epoca) per la band dublinese? Perché gli U2 per primi, nonostante gli ottimi risultati raggiunti con BOY, OCTOBER e WAR – senza dimenticare il leggendario minialbum live UNDER A BLOOD RED SKY – avevano compreso che forzare oltre sul pedale dell’epica e dei sentimenti gonfiati dall’effetto massa dei concerti poteva rischiare di far implodere una creatura innovativa e unica come quella creata da Larry Mullen, Adam Clayton, David “The Edge” Evans e Paul “Bono” Hewson a Dublino otto anni prima, nei giorni della tarda adolescenza. Citando un verso di una delle loro prime canzoni, Twilight, era con THE UNFORGETTABLE FIRE che “nell’ombra, il ragazzo incontra l’uomo”. Oggi può sembrare facile avventurarsi in un’analisi del genere. Ma chi ricorda le discussioni legate al gruppo che più di ogni altro aveva nettamente diviso detrattori e amanti di quella poetica musicale? I Clash erano lì lì per sciogliersi e così anche i Police: due band che avevano fatto un certo discorso artistico al quale gli U2 erano stati sensibilmente vicini. Chi ha in mente quanto fosse uncool essere fan di un gruppo musicale che nelle canzoni e delle interviste parlava di Dio, citava la Bibbia, concludeva i concerti con una (splendida) canzone ispirata a un salmo, e che veniva pubblicamente caratterizzata da un leader senza peli sulla lingua, intento a condannare le ideologie e a parlare di ponti da costruire per collegare le rive opposte di un lungo e doloroso dopoguerra? Forse non così tanti, visto che gran parte degli attuali milioni di fan dei quattro irlandesi sono il frutto di un “raccolto” pressappoco radunato on the road negli ultimi vent’anni. Ecco perché quel “fuoco indimenticabile” – rivisto oggi – presenta una forza simbolica unica, in un percorso che appare sempre più circolare, fatto di andate e ritorni, una via artistica dove nel momento della creazione vale ancora l’assioma di A Sort Of Homecoming: “la tua terra si muove sotto / Lo scenario del tuo stesso sogno”.(…)
In mezzo a questo quarto di secolo si stende l’immenso golfo che separa l’innovazione dal manierismo ai tempi del rock come icona rassicurante, oggi che pare non aver più il ruolo di voce divergente, capace di stimolare visioni altre rispetto alla musica popolare e al suo ruolo nella vita di tutti noi. Non va però dimenticato che, quando gli U2 “conclusero” quel primo quinquennio discografico partito con l’arrembante serie di 45 giri di fine anni Settanta, non era affatto detto che in pochi anni avrebbero guidato la parte più profonda (e persino spirituale) del pubblico rock verso la fine del Novecento allargandone la visuale, la percezione di sé rispetto al mondo. Invece, questo fecero: il che non è proprio cosa da poco. (…)
Da I Will Follow che apre arrembante BOY nel 1980, alla splendida Cedars Of Lebanon che chiude NO LINE ON THE HORIZON trent’anni dopo (e la cui base musicale è la stessa di un brano di Harold Budd prodotto da Daniel Lanois negli anni Ottanta) si può dire che i quattro ragazzi la loro rivoluzione l’abbiano fatta più volte e che poi, più volte, abbiano rallentato nuovamente il passo per aspettare tutti senza lasciare nessuno per strada. (…)
Gli U2 di quei primi anni Ottanta, per lasciar parlare la scintilla primordiale, si erano letteralmente chiusi in un castello (lo Slane Castle in Irlanda) per riscoprire la fiamma: è difficile comprendere adesso l’impatto emotivo provocato da THE UNFORGETTABLE FIRE, preceduto dal fuorviante singolo Pride (In The Name Of Love), unica canzone in senso tradizionale di tutta l’opera. Gli U2 decidevano di lasciarsi alle spalle quella spruzzata di punk che accompagnava sempre i piatti del loro menù musicale per raccogliere intuizioni importanti da gruppi come Echo & The Bunnymen. Dal quartetto di Liverpool, i dublinesi avevano già rubacchiato l’immaginario delle foto promozionali. Ora andavano a vedere cosa c’era sotto quel fitto bosco di suoni ed emozioni cupe, sapendo bene che con Indian Summer Sky (un pezzo che pare un’outtake di Heaven Up Here dei Bunnymen) la luce si sarebbe vista perché “Nella foresta c’è una radura / Corro laggiù, verso la luce”. La scoperta di questa radura fuori dalla foresta fu sensazionale. Perché mentre impazzavano pop band superficiali e nazionalpopolari, gli U2 si preparavano a creare una nuova forma di canzone di massa che avrebbe trovato il suo apice tre anni dopo con THE JOSHUA TREE. Allora, recinti non ce n’erano: agli artisti, la casa discografica chiedeva più spesso che no di essere originali. L’infinito (allora sì) era il posto giusto da dove partire. È fondamentale non sottostimare oggi, alla luce della clonazione continua di stili musicali e vocali a cui assistiamo quotidianamente, ciò che significava fare musica. Essere in cerca di libertà, bellezza, espressione di contenuti raccolti tra i propri coetanei. Era la nostra generazione, post-sessantottina, post-punk, pre-MTV. (…)
Fummo tutti felici di vedere questo quartetto decollare, giovani prometei portatori di fuoco in un mondo che giocava a essere cool, vederli scalare le classifiche di tutto il mondo, diventare il più grande gruppo rock della Terra. Perché lo facevano a modo loro: lavorando duro, sfidando tante difficoltà, lasciando esprimere un frontman come Bono. Che ogni giorno di più dimostrava di aver avuto pochi precedenti nella storia del rock, manovrando ogni volta quei “tre accordi e la verità” come se fosse un nuovo editto rock con cui orientarsi. Il tutto durò pochi anni. Certo, nelle ere geologiche del rock sette primavere sono un’enormità: i Beatles in sette anni volarono con l’infinito producendo quattordici album. (…)
Il cammino era ancora lungo. Lo si capì quando la band tornò a suonare dal vivo con un tour innovativo e senza precedenti per impatto. Si apriva ufficialmente la fine del Ventesimo secolo, gli U2 chiamavano ZOOROPA quella Terra dei Sogni e per celebrarla degnamente si dichiaravano Numb – storditi – eppure si proponevano comunque di vederla anche come se fosse The First Time per essere, infine, ancora e sempre viandanti. Per The Wanderer chiamarono nientemeno che Johnny Cash. La sua voce chiudeva uno dei più ammalianti dischi firmati U2 e proiettava la band verso un futuro tra ciò che sono le pulsioni interiori più vere e preziose e quelle che sono le esigenze esteriori di convivenza nel mondo globalizzato di una strana, imprevedibile creatura chiamata rock: “Andai là fuori / In cerca di esperienza / Per assaggiare e toccare / E per provare tutto ciò / Che un uomo riesce a provare / Prima di pentirsi”. Provare a contraddirlo, un orizzonte del genere.
DAVIDE SAPIENZA, OTTOBRE 2009
Estratto dall’introduzione di Davide Sapienza (www.davidesapienza.net) del libro “U2. THE NAME OF LOVE. TESTI COMMENTATI” di Andrea Morandi (collana a cura di Stefano Scalich), Arcana edizioni 2009, per gentile concessione di Arcana edizioni. In tutte le librerie dal 26 novembre 2009, pp. 656 circa, 22 Euro.






